Il default di Proxmox – unprivileged – è quello giusto: il root del container è mappato su un utente qualunque dell'host (UID shiftati di 100000), così un'evasione dal container atterra su un utente senza poteri. Un container privilegiato, invece, ha il root che è root dell'host: un'evasione è game over – va trattato come il minimo privilegio insegna: eccezione motivata, non abitudine.
Il prezzo pratico degli unprivileged è uno solo, ma quotidiano: i bind mount. I file dell'host appartengono a UID veri, il container li vede shiftati – e i permessi non tornano. Soluzioni in ordine di eleganza: gruppo condiviso con GID mappato esplicitamente, chown degli alberi dedicati al container (100000+UID), o le ACL. Le feature nesting (per Docker dentro LXC) e keyctl si abilitano anche da unprivileged.
Quando il privilegiato è legittimo: vecchi kernel NFS client dentro il container, hardware particolare, o TrueNAS-style storage – e anche lì, prima chiediti se non sia il caso di una VM.