Tecnicamente: il microfono è sempre acceso, ma l'audio gira in un buffer locale dove un chip cerca solo la parola di attivazione; dopo "Alexa" o "Hey Google" la registrazione parte davvero e va al cloud. Il problema reale non è il complotto dell'ascolto continuo: sono i falsi risvegli – frasi simili alla wake word che spediscono al cloud spezzoni di conversazioni private, documentati e finiti in passato anche a trascrittori umani. Igiene minima: nella cronologia vocale dell'account ascolta cosa è stato registrato e imposta la cancellazione automatica; usa il mute fisico quando non serve; niente speaker in camera da letto o nello studio dove lavori. La strada radicale esiste ed è self-hosted: un assistente vocale offline con Home Assistant, dove la voce non esce di casa – come il resto della domotica fatta bene.
Alexa e Google Home ci ascoltano sempre? Cosa sanno davvero
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